Una protesta nata da problemi concreti

Il 15 settembre 2026, alcune centinaia e, secondo alcune stime, oltre mille allevatori, pastori e agricoltori si sono riuniti in Piazza Victoriei, a Bucarest, davanti alla sede del governo romeno. La manifestazione era diretta contro il prolungamento, fino alla fine dell’anno, del divieto europeo di esportare ovini e caprini vivi, introdotto dopo la diffusione di malattie come la peste dei piccoli ruminanti e il vaiolo ovino.

I partecipanti chiedevano anche indennizzi per gli animali abbattuti e compensazioni per i raccolti danneggiati dalla siccità. Sono questioni che incidono direttamente sul reddito delle aziende agricole: per un allevatore, perdere parte del gregge può significare non soltanto rinunciare alla vendita degli animali, ma anche dover sostenere costi senza sapere quando arriveranno eventuali aiuti.

Gli organizzatori avevano invitato i manifestanti a portare in piazza pecore, trattori e balle di fieno, per rendere visibili le difficoltà del settore. Le restrizioni imposte nell’area della protesta hanno però impedito l’accesso agli animali vivi e ai mezzi pesanti.

La richiesta degli allevatori riguardava sia la possibilità di vendere i propri animali sia il sostegno economico dopo le perdite causate da abbattimenti e siccità.

Dalla manifestazione agli scontri

La protesta è iniziata pacificamente prima delle 10 del mattino. Nel pomeriggio, alcuni manifestanti hanno superato le barriere della polizia e hanno lanciato pietre, bottiglie e frammenti di cordolo. I gendarmi hanno risposto utilizzando gas lacrimogeni.

Secondo la gendarmeria di Bucarest, quella sera 24 persone hanno avuto bisogno di cure mediche. Tra loro c’erano dieci agenti, quattro dei quali sono stati ricoverati in ospedale. Inoltre, 47 persone sono state accompagnate in commissariato.

Il presidente Nicușor Dan e il primo ministro ad interim Ilie Bolojan hanno condannato le violenze. Le associazioni degli allevatori hanno sostenuto che nel gruppo si fossero inserite persone estranee al settore, mentre il prefetto di Bucarest ha dichiarato che i pastori non organizzano le proteste in quel modo. Queste affermazioni descrivono le diverse reazioni alla giornata, ma non identificano da sole chi abbia provocato gli scontri.

La vicenda, tuttavia, non si è svolta soltanto in piazza. Nelle ore precedenti e durante la manifestazione, i social network hanno contribuito a diffondere previsioni sulla partecipazione, interpretazioni degli scontri e messaggi politici. È questa dimensione digitale ad aver attirato l’attenzione dei ricercatori.


La previsione virale dei «200.000 agricoltori»

Un’analisi dei contenuti pubblici ha esaminato 1.186 post su Facebook e 100 video su TikTok, pubblicati in romeno il 14 e il 15 settembre. L’obiettivo era osservare quali narrazioni circolassero, come i messaggi passassero da una pagina all’altra e quali parole accompagnassero gli inviti a partecipare.

Il dato più evidente riguarda la sera prima della manifestazione. Tra le 19 e le 19:15 del 14 settembre, decine di pagine Facebook hanno pubblicato, con formulazioni quasi identiche, un messaggio secondo cui il giorno dopo sarebbero arrivati in Piazza Victoriei «quasi 200.000 agricoltori». Secondo le notizie diffuse dopo la protesta, alla manifestazione si sono invece presentate poco più di 3.000 persone.

Per individuare i contenuti potenzialmente collegati, i ricercatori hanno considerato i testi identici o molto simili pubblicati da pagine differenti entro un intervallo di cinque minuti. Con questo metodo hanno ricostruito una rete di diffusione: una rappresentazione dei legami tra gli account che condividono messaggi uguali o simili in tempi ravvicinati.

Circa il 90 per cento delle 2.253 coppie di account individuate nella rete complessiva dei due giorni risultava già formato in quei quindici minuti della sera precedente. Il dato mostra una forte concentrazione temporale della diffusione. Non dimostra, però, che gli account fossero controllati dalla stessa persona o che esistesse un piano politico comune.

La pubblicazione quasi simultanea di testi identici è un indizio di distribuzione coordinata in senso tecnico. Da sola, non rivela chi l’abbia organizzata, perché lo abbia fatto o quale fosse il suo scopo.

Una rete concentrata, ma senza un responsabile identificato

Alle 15:30 del 15 settembre, la rete comprendeva 160 account e 12 testi distinti, ripetuti tra le pagine. La struttura era concentrata in due gruppi di circa 50 account ciascuno, costruiti intorno a due versioni quasi uguali del messaggio sui 200.000 partecipanti.

Insieme, quei due gruppi rappresentavano 100 dei 160 account e quasi il 90 per cento dei collegamenti rilevati. Tra le pagine più visibili comparivano Case de Vis, femina.ro e ROL.ro, descritte nell’analisi come pagine che aggregano o rilanciano contenuti, non come soggetti apertamente politici.

La distinzione è importante. Un gruppo di pagine può diffondere rapidamente lo stesso testo per molte ragioni: perché riceve contenuti da una rete di distribuzione, perché copia un post diventato popolare o perché segue una strategia coordinata. I dati sui testi e sugli orari aiutano a individuare il fenomeno, ma non consentono di scegliere con certezza fra queste spiegazioni.

Inoltre, la previsione dei 200.000 partecipanti non va confusa con il numero di persone effettivamente presenti. Quando una cifra molto superiore alle presenze reali circola prima di una manifestazione, può modificare le aspettative del pubblico e l’attenzione dei media; non è però possibile concludere, sulla base della sola discrepanza, che l’intento fosse ingannare o mobilitare qualcuno.


Quattro narrazioni si sono intrecciate

Nei post analizzati ricorrevano quattro filoni principali. Il primo riguardava le richieste degli agricoltori: fermare gli abbattimenti, riaprire le esportazioni e ottenere prezzi considerati equi. In questo racconto la protesta era soprattutto una risposta alla pressione economica sulle aziende agricole.

Il secondo filone seguiva l’escalation con la gendarmeria. Alcuni contenuti attribuivano la responsabilità ai manifestanti che avevano superato le barriere; altri criticavano l’intervento degli agenti. In entrambi i casi ricorreva anche l’ipotesi che nella folla fossero presenti «provocatori» inseriti per alimentare gli scontri, un’accusa che i dati raccolti non permettono di verificare.

Un terzo filone trasformava la protesta in una disputa politica. George Simion, leader del partito AUR, aveva invitato alla calma e chiesto alla gendarmeria moderazione. Online si discuteva se il suo intervento avesse sostenuto le ragioni degli allevatori oppure le avesse spostate sul terreno dello scontro politico.

Il quarto filone, meno legato agli eventi del giorno, riguardava problemi di lungo periodo dell’agricoltura romena. Tra i temi citati figuravano i ritardi nei finanziamenti europei per i macchinari e il passaggio alla semina senza lavorazione profonda del terreno, una tecnica che riduce l’aratura e può aiutare a conservare l’umidità del suolo.


L’Unione europea raccontata in due modi

Nei contenuti esaminati, 67 post menzionavano Bruxelles o l’Unione europea in relazione alla protesta. Una parte parlava di questioni concrete, come i negoziati con la Commissione europea sul divieto di esportazione degli animali vivi.

Altri messaggi presentavano invece l’Unione come un avversario intenzionato a danneggiare il settore agricolo romeno. Tra le formule circolate c’erano affermazioni secondo cui l’obiettivo dell’Europa sarebbe lasciare il Paese «senza animali, senza allevamenti, senza agricoltura» o addirittura affamarlo.

La differenza è sostanziale: discutere le conseguenze di una misura europea è diverso dal descrivere l’intera istituzione come responsabile di un piano ostile. Quando una questione regolamentare viene trasformata in una contrapposizione tra un Paese e un nemico esterno, il confronto sui dettagli — per esempio durata del divieto, risarcimenti e condizioni sanitarie — può diventare più difficile.


Dai problemi degli allevatori alla sfiducia nei media

I ricercatori hanno seguito anche due canali Telegram già descritti in precedenza da istituzioni e organizzazioni che monitorano la propaganda filorussa nella regione. Nel corso di poche ore, i messaggi osservati hanno cambiato tono più volte.

Alle 11:56 un canale descriveva la manifestazione e le richieste degli allevatori. Alle 14:06 un secondo canale avvertiva che gli «usurpatori» avrebbero sfruttato la protesta per organizzare provocazioni, provocare un’escalation e imporre lo stato d’emergenza. Alle 16:03, dopo gli scontri, lo stesso canale attaccava il modo in cui le emittenti televisive avevano raccontato il confronto.

Una sequenza simile — dalla rivendicazione economica al sospetto di provocazioni, fino alla sfiducia verso i media — appariva anche in post con inviti espliciti alla mobilitazione. Alcuni chiamavano a «occupare Bucarest» e dichiaravano che la «rivoluzione» era cominciata. La presenza di queste frasi documenta il linguaggio usato online, ma non prova che tutti i partecipanti alla protesta condividessero quelle posizioni.

Su TikTok, nell’analisi di 100 video pubblicati da 34 account con l’hashtag #protest, 31 video citavano direttamente la gendarmeria nelle descrizioni. Il video più condiviso, che annunciava nuovi scontri e decine di arresti, ha raccolto da solo quasi 30.000 interazioni.


Che cosa si può concludere, e che cosa no

I dati raccontano una protesta reale, radicata in difficoltà economiche concrete, accompagnata da una diffusione online molto rapida di messaggi identici o quasi identici. Mostrano anche che la narrazione della giornata è stata contesa: alle richieste degli allevatori si sono affiancate accuse contro la polizia, ipotesi di provocazioni, attacchi ai media e interpretazioni politiche o anti-europee.

Non permettono invece di stabilire chi abbia organizzato la diffusione del messaggio sui 200.000 partecipanti, chi ne abbia tratto vantaggio o se l’amplificazione fosse parte di un piano deliberato. La somiglianza dei testi e la rapidità delle pubblicazioni sono elementi utili per descrivere una rete, ma non bastano a dimostrare un’intenzione o una responsabilità specifica.

Per comprendere quanto accaduto a Piazza Victoriei occorre quindi tenere separate tre questioni: le ragioni degli agricoltori, il modo in cui i contenuti sono stati amplificati sui social e l’eventuale uso politico della protesta. Confonderle rischia sia di oscurare le richieste economiche dei manifestanti sia di attribuire, senza prove sufficienti, un’unica regia a fenomeni distinti.

Il punto centrale non è soltanto ciò che è successo in piazza: è anche come una protesta autentica sia stata accompagnata da aspettative amplificate e da narrazioni concorrenti, senza che la diffusione online basti a identificarne i responsabili.