I dazi spingono il Canada a cercare nuovi partner
A metà settembre il primo ministro canadese Mark Carney ha riunito a Toronto investitori, fondi sovrani e imprese per presentare il Canada come una destinazione affidabile in un periodo segnato da guerre commerciali e nuove tariffe. All’iniziativa hanno partecipato istituzioni e società di investimento provenienti, tra gli altri, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Arabia Saudita, dalla Norvegia, dall’Australia e da Singapore, oltre a gruppi statunitensi e interlocutori cinesi.
Il governo ha messo in evidenza alcuni settori considerati decisivi per attirare capitali: energia, minerali critici, intelligenza artificiale e difesa. L’obiettivo è mostrare che il Paese offre risorse e competenze utili a partner diversi, non soltanto alle imprese che vogliono raggiungere facilmente il mercato statunitense.
La strategia di Ottawa è rendere l’economia canadese più autonoma e resistente, senza rinunciare agli scambi con gli Stati Uniti.
L’iniziativa arriva in un momento di forte deterioramento dei rapporti con Washington. Per anni il Canada ha attirato investimenti anche grazie alla vicinanza geografica e all’accesso al grande mercato statunitense; i dazi e l’incertezza sulle relazioni bilaterali hanno però indebolito questa promessa.
La sfida di attrarre capitali oltre il mercato statunitense
Presentarsi come una destinazione interessante non basta a garantire nuovi investimenti. Le procedure canadesi per approvare alcuni progetti sono state giudicate lunghe e complesse, un ostacolo per chi deve decidere dove costruire impianti, finanziare infrastrutture o avviare attività produttive.
Il governo di Carney punta quindi a valorizzare ciò che il Paese può offrire direttamente. I minerali critici, per esempio, sono materie prime necessarie per batterie, tecnologie digitali e alcune applicazioni militari; l’energia può sostenere industrie ad alto consumo, mentre l’intelligenza artificiale e la difesa aprono opportunità di ricerca e produzione.
- Risorse naturali: energia e minerali utili alle tecnologie e alle industrie strategiche.
- Tecnologia: investimenti in intelligenza artificiale e innovazione.
- Sicurezza: collaborazione e capacità produttive nel settore della difesa.
- Mercati diversificati: più interlocutori per ridurre il rischio di dipendere da un solo partner commerciale.
In termini pratici, diversificare significa evitare che un cambiamento deciso da un unico governo — come un nuovo dazio — possa compromettere da solo le vendite o gli investimenti di un intero settore. Non vuol dire interrompere gli scambi con gli Stati Uniti, ma affiancare a quel rapporto altri canali economici.
Un avvicinamento senza precedenti con l’Unione europea
Il rapporto con l’Europa è diventato uno dei pilastri di questa ricerca di alternative. Il 16 settembre la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha proposto al Canada uno status di membro associato (una forma di partecipazione più stretta, ma diversa dall’adesione piena all’Unione europea). Il giorno successivo Carney ha accolto la proposta intervenendo al Parlamento europeo a Strasburgo.
Nel suo discorso, il premier ha richiamato una storia di legami transatlantici che risale anche alla Prima guerra mondiale. Ha sostenuto che Canada ed Europa non sono alleati soltanto quando le circostanze sono favorevoli e che la cooperazione non dovrebbe essere una competizione in cui il vantaggio di una parte comporta necessariamente una perdita per l’altra.
Carney ha inoltre proposto una concezione delle alleanze basata non soltanto sulla geografia, ma sulle capacità che i partner possono mettere in comune. In questa prospettiva, Paesi lontani possono collaborare se hanno competenze complementari e se la cooperazione aumenta la loro resilienza collettiva (la capacità di resistere a crisi e interruzioni senza perdere funzioni essenziali).
I dettagli dello status proposto e le sue possibili conseguenze dovranno essere chiariti nei successivi incontri tra le parti. La prospettiva, tuttavia, segnala un cambiamento politico rilevante: il Canada discute con l’Europa non solo di commercio, ma anche di sicurezza, tecnologia e capacità industriali.
Difesa, spazio e legami con il Regno Unito
Il Canada partecipa inoltre a SAFE, un fondo europeo per sostenere investimenti nella difesa, pur non essendo un Paese dell’Unione. Durante la visita in Francia, Carney ha incontrato il presidente Emmanuel Macron e ha confermato l’intenzione di collaborare su diversi progetti, compreso lo sviluppo di infrastrutture spaziali.
Anche il Regno Unito potrebbe rafforzare i propri rapporti con Ottawa e con i partner europei. Il ministro delle Finanze canadese François-Philippe Champagne ha sostenuto che Londra dovrebbe unirsi alla cooperazione economica in discussione tra Canada ed Europa; Carney ha incontrato il leader britannico Andy Burnham durante il suo viaggio.
Questi contatti mostrano che il riavvicinamento non riguarda un singolo accordo commerciale. Le questioni sul tavolo comprendono la produzione di tecnologie, la sicurezza delle catene di fornitura e la possibilità di coordinare investimenti in settori che richiedono grandi risorse e progetti di lungo periodo.
Il confronto con Washington resta aperto
Il presidente statunitense Donald Trump ha definito ridicola l’ipotesi che il Canada diventi membro associato dell’Unione europea e ha minacciato ulteriori dazi se Bruxelles dovesse adottare misure considerate ostili agli Stati Uniti. Ma il deterioramento dei rapporti tra Washington e Ottawa era già cominciato con l’introduzione di tariffe e con dichiarazioni molto dure sul Canada.
Dopo il fallimento dei negoziati sui dazi in agosto, le tensioni sono cresciute anche con l’aggiunta di prodotti soggetti a misure di ritorsione. Il governo canadese ha dichiarato di non aver scelto il conflitto commerciale e di non volerlo ampliare, pur continuando a prepararsi a nuovi colloqui con gli Stati Uniti.
Ottawa non punta a sostituire da un giorno all’altro il mercato statunitense: vuole avere più alternative se il rapporto commerciale diventa instabile.
Questa distinzione è importante perché le economie dei due Paesi sono strettamente collegate. Imprese, filiere produttive e flussi di merci attraversano da tempo il confine in entrambe le direzioni; una rottura rapida sarebbe difficile e costosa per entrambe le parti.
Il Canada, intanto, ha retto finora alla pressione e l’orientamento di Carney ha ottenuto sostegno nell’opinione pubblica. La fermezza del premier viene interpretata anche come una questione di sovranità e identità nazionale, oltre che come una risposta economica: per una parte dei cittadini, accettare senza reagire le pressioni statunitensi significherebbe mettere in discussione la capacità del Paese di decidere autonomamente.
Una tendenza che coinvolge altre economie
Il Canada non è l’unico a cercare relazioni più diversificate con l’Europa. Il Messico ha firmato in maggio un accordo commerciale provvisorio destinato a sostituire quello del 2000, con l’obiettivo anche di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti.
L’India ha concluso a gennaio negoziati commerciali con l’Europa che duravano da circa vent’anni. In questo caso, la maggiore incertezza geopolitica ha contribuito a superare gli ostacoli: quando gli equilibri internazionali cambiano, un accordo può diventare importante non soltanto per le esportazioni, ma anche per la sicurezza e per la stabilità dei rapporti tra Paesi.
Il Giappone ha avviato con l’Unione europea una «alleanza per la competitività» nel luglio dell’anno precedente, mentre l’Australia ha già partecipato dal 2015 all’Eurovision Song Contest, il concorso musicale europeo, e ha rafforzato i rapporti con Bruxelles attraverso un accordo di libero scambio e un partenariato sulla sicurezza e la difesa.
- Messico: aggiornamento dei rapporti commerciali con l’Unione europea.
- India: conclusione di negoziati di lunga durata in un contesto geopolitico mutato.
- Giappone: collaborazione europea sulla competitività.
- Australia: accordi commerciali e cooperazione in materia di sicurezza.
Un possibile riassetto delle alleanze
La spinta a diversificare non equivale a un abbandono immediato degli Stati Uniti. Per Paesi come il Canada, la vicinanza geografica, le infrastrutture condivise e i legami economici rendono impossibile cambiare partner da un giorno all’altro.
Il cambiamento è piuttosto nella ricerca di un margine di scelta maggiore. Se una nuova tariffa blocca una parte degli scambi, avere altri mercati può aiutare a proteggere aziende e lavoratori; se un fornitore interrompe una consegna, accordi alternativi possono ridurre il rischio che manchino materiali essenziali.
La politica commerciale di Trump sta dunque producendo effetti che vanno oltre il valore delle merci colpite dai dazi. Spinge governi e imprese a chiedersi quanto sia prudente affidarsi a un solo mercato e quali relazioni possano offrire una maggiore sicurezza economica e politica.
Resta da vedere se questo avvicinamento si trasformerà in una profonda riorganizzazione delle alleanze o se resterà una risposta pragmatica alle tensioni attuali. Per il Canada, la direzione è già visibile: mantenere aperto il dialogo con Washington, ma costruire contemporaneamente rapporti più forti con Europa e altri partner.



















